Simone Verde


19 febbraio 2005
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Democrazia senza fine

Elezioni irachene, intervista a Samir Amin

 
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«La democrazia – sostiene Samir Amin – non ha una sola forma, non può essere pensata come l’applicazione di un modello, ma va concepita come un processo che non ha mai fine». Egiziano, direttore del Third World Forum di Dakar, Amin ha scritto volumi ponderosi sui temi dello sviluppo nei paesi che in Africa e in Asia sono usciti dalla colonizzazione. L’abbiamo incontrato a Roma dove presiedeva la sessione italiana del Tribunale internazionale sull’Iraq e lo studioso ha espresso forti perplessità sullo svolgimento della recente consultazione elettorale: «Non mi sembra si possa parlare di vere e proprie elezioni – ha dichiarato – Tanto per cominciare non sono state garantite dalla presenza di nessun osservatore neutro e indipendente. Non si riesce ancora a capire quale sia stato il reale tasso di partecipazione, mentre il voto si è svolto in condizioni d’insicurezza che hanno impedito la libera espressione della volontà popolare.

La vittoria dell’Alleanza sciita vicina ad al Sistani rappresenta una sconfitta per il processo di democratizzazione?

Questo partito è uscito vincitore dalle elezioni perché è stato il solo che ha invitato gli iracheni ad andare a votare. Ora gli americani saranno obbligati a fare delle scelte. O accetteranno l’esito del voto, assumendosi fino in fondo le conseguenze della loro politica irresponsabile, oppure ammetteranno la sconfitta della propria strategia, annullando tutto e ricominciando da capo. Se elezioni così si fossero svolte in Ucraina nessuno avrebbe esitato a condannarle.

Lei pensa che gli sciiti cercheranno l’appoggio degli americani per assicurarsi la presa del potere?

Sicuramente no. La grande massa sciita è antiamericana e nazionalista. Che poi i dirigenti dell’Alleanza saranno costretti a un riavvicinamento tattico nei confronti degli americani, non è da escludere. Ma se ciò dovesse avvenire si tratterà di una strategia opportunistica che non credo avrà un’influenza sugli orientamenti fondamentali di questo partito.

Qual metodo per promuovere la democrazia in Iraq?

La fine immediata dell’occupazione. Ciò che seguirà non sarà certo una democrazia esemplare, sarà forse un regime poco democratico, ma non per forza sanguinario. La battaglia per la libertà è di lungo corso e in Iraq ci sono sempre state forze democratiche, anche se costantemente represse nel sangue e soprattutto mai appoggiate dall’Occidente. In realtà, la pretesa di esportare la democrazia in Medio Oriente mi sembra una forma attuale di colonialismo. Se in passato gli occidentali intervenivano in Africa con la scusa di sradicare l’antropofagia, oggi vogliono esportarvi il loro sistema democratico. Ma l’Europa e gli Stati Uniti devono imparare a non immischiarsi e devono capire che il loro intervento “civilizzatore” è percepito dal 90% degli africani e degli arabi come lo strumento per continuare ad abusare delle loro risorse. Non dico questo per una forma di nazionalismo, anche perché sono convinto che il concetto di libertà sia universale e non il prodotto di una cultura piuttosto che di un’altra. Ma proprio per questo non mi sembra ci possa essere libertà qualora questa non sia il prodotto di un percorso autonomo di ogni individuo.

Come spiega allora che la maggior parte dei movimenti di liberazione sorti spontaneamente in Africa o in Asia hanno generato dei regimi dispotici?

Prima di essersi tradotti in sistemi dispotici, i movimenti di liberazione dal colonialismo sono stati espressione di blocchi sociali egemonici nazional-popolari o nazional-populisti. Questi regimi hanno cercato di migliorare le condizioni dei loro popoli attraverso un incremento della produttività e una migliore distribuzione della ricchezza. Ne hanno beneficiato un po’ tutti ed è per questo che li defi- nisco populisti. Sono regimi dal dispotismo illuminato o oscurantista che tuttavia hanno agito in una certa misura nell’interesse delle loro rispettive popolazioni. È solo più tardi che hanno conosciuto un’involuzione dovuta al fatto che le loro capacità di sviluppo si sono esaurite. Allora sì, si è effettivamente prodotta una svolta autoritaria, ma questo non autorizza nessuno ad intervenire per portare la democrazia in questi paesi, democrazia che, come ho detto, deve essere il prodotto di un percorso autonomo delle loro popolazioni.

Ma se lei sostiene che la libertà è un valore universale, come può non riconoscere a ogni individuo, occidentale o meno, il diritto di voler intervenire in quei paesi in cui sente che la democrazia è in pericolo?

Tutti hanno il diritto di farsi delle opinioni e di intervenire per cambiare le cose, tenendo presente che l’unico modo corretto consiste nel sostenere le forze progressiste già attive in quei paesi. Ma bisogna stare bene attenti perché la democrazia non ha una sola forma, non può essere pensata come l’applicazione di un modello ma va concepita come un processo che non ha mai fine. La invito a guardare all’attualità dell’Occidente. Il modello che si vorrebbe esportare in Iraq è in crisi in Europa come negli Stati Uniti. I vostri paesi sono attraversati da movimenti populistici e da pulsioni antidemocratiche che mostrano la fine di un ciclo e la crisi di un modello, ma non per forza la caduta dell’Occidente nella barbarie.

Lei ha sempre sostenuto che il futuro della democrazia in Africa o in Medio Oriente dipende dalla democratizzazione delle risorse e delle ricchezze di queste regioni. Quali passi in avanti sono oggi possibili in questa direzione?

Pochi. Ma la realtà è più complessa di quanto si potrebbe a prima vista pensare. La democratizzazione delle risorse e delle ricchezze non può considerarsi compiuta se non avviene a livello internazionale. Senza un accesso equo di tutti alle risorse del pianeta non si potrà superare la divisione tra paesi poveri e ricchi, paesi liberi e paesi oppressi dalla dittatura.






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